Contro la disaffezione politica

Viviamo tempi poco entusiasmanti per qualità politica, ma ciò non è il male maggiore. Esso è invece quello che ci aspetterà se non vi sarà svolta alla strada intrapresa; se non si riaffermerà il principio dell’interesse pubblico alla cosa pubblica. Sono anni, questi, in cui profonda è la ferita venuta generandosi fra rappresentanti del popolo e quest’ultimo stesso. Discutere su chi detiene superiore demerito è tempo sterile e per lo più alquanto minaccioso per il futuro comune: purtroppo è quello che si sta facendo. La fascia di media età, ancora potenzialmente attiva e capace di orientare l’indirizzo, è disillusa e rinchiusa in sé stessa; mentre le nuove generazioni manifestano una crescente disaffezione verso la politica.
Pare sia malessere diffuso anche oltralpe, quello della perpetua riduzione dei votanti per elezione. Il malcontento crescente distanzia la massa dai suoi amministratori, ma è vero anche il contrario: ed il tutto diviene per nulla favorevole ad una nuova era rinnovata e rinnovabile della gestione pubblica.
Ciò che allarma e desta stupore è questa scelta delle masse popolari di rinunciare alla propria espressione, sfiduciata ed arresa; come il tutto fosse un segnale di protesta verso il sistema. Ebbene il peggior risultato deve ancora giungere a noi, e lo si conquisterà proprio con tale distanza fra elettorato e rappresentanti. Infatti, se si procederà con simile stile, non sarà arduo giungere al netto disinteresse fra le due parti in cause, ma, badate bene, questa volta in maniera del tutto biunivoca.
Non siamo consapevoli di quello che stiamo decostruendo con un comportamento quale sopra descritto. Non è compito della classe dirigente, qualora fosse incapace di amministrare come richiesto, di ricondurre gli smarriti sulla retta via, bensì delle vittime quello di rialzarsi con le proprie forze e riappropriarsi di ciò in cui hanno sempre deposto fede e principi.
L’essere arrendevoli comunica ma non è propositivo, tanto meno migliorativo. Rimane unicamente un atteggiamento irresponsabile verso i propri figli e le prossime generazioni a cui si rischia di lasciare in eredità un vuoto dirigenziale ed una pochezza gestionale costituita di pochi soggetti rinchiusi nei loro interessi e liberi di incrementarli ad ulteriore danno delle antecedenti vittime della screditata amministrazione.
Spetta ai giovani, credere nei loro sogni ed ideali, ma solo dopo averli generati, pensati, costruiti. Rimane all’area di media età il dovere di non rinunciare all’espressione, la manifestazione, l’azione dei loro intenti e delle loro ricette per far sì che si riesca ad esser meglio rappresentati. Formarsi un senso critico nell’analisi delle realtà ed un’autonomia decisionale. Se ciò non avverrà, contrariamente a quello che sta accadendo nei fatti, la società tutta si ripiegherà in sé stessa entrando in una viziosa spirale verso il precipizio etico di una politica sempre maggiormente distante dai suoi elettori.
Va nutrito il progetto, alimentato il cambiamento – indipendentemente da quale esso sia –, perseguito un obiettivo con energie rinnovate e comunione di intenti. La squadra più grande e con voce più corposa è sempre quella del popolo sin quando questo non rassegnerà le dimissioni e cesserà di svolgere i suoi diritti.
Reinteressiamoci alla cosa pubblica e facciamola nostra prima che termini la sabbia della clessidra; solo emulando la fenice che risorge dalle proprie ceneri saremo tutti in grado di darci un avvenire e consegnare ai prossimi una comunità nella quale riconoscersi ed aver fiducia. I momenti di difficoltà sono i migliori serbatoi per una sana innovazione ed una dignitosa e radicale svolta. Cogliamo l’attimo e coltiviamo il sogno. Carburanti del terzo millennio.

Massimo Cipelletti
sociologo

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