
Ho letto negli ultimi giorni e sentito durante un consiglio comunale della Città di Schio, di questioni ed interrogativi intorno all’utilizzo futuro dell’area Lanerossi in zona industriale di Schio, ora di proprietà Marzotto. Sono venuto a conoscenza dettagliata che l’amministrazione pubblica, come ricordava il signor sindaco Luigi dalla Via, ha posto dei vincoli nel futuro utilizzo dell’intera area in discussione; al di là del futuro acquirente. I celebri “paletti” riguardano il “ciò” che si va a creare in tale spazio, al di sopra del business medesimo. La nostra pubblica amministrazione ritiene di voler continuare nella tradizione della generazione di aziende, dacché questi vincoli proprio di questo parlano, ovvero l’obbligo di creare aree di produttività. Ho riflettuto assai su questo punto, che ad istinto, non fa una grinza. Ma considerando l’attuale stato globale del mondo economico e le dinamiche delle realtà produttive locali in special modo, mi sorge qualche dubbio in merito all’orientamento dell’amministrazione. Non so se è legittimo o meno, però essendo consapevole che la nostra attuale società è post-industriale, che vi è un aumento di produzione di beni immateriali (informazioni, idee, simboli, valori, estetica) rispetto a quelli materiali, talora costruiti in serie, ed infine vi è una profonda difficoltà economica di produrre in Italia rispetto ai costi di paesi emergenti: non vedo la risposta migliore per la nostra comunità scledense. Io non mi permetto di fornire ricette che non posso prescrivere, o semplicemente non ho nei dettagli, ma mi permetto – esclusivamente – di porre l’attenzione di chiunque su alcune alternative che potrebbero divenire oggetto di analisi e studi di applicabilità, finalizzandole a creare nuovi veri posti di lavoro ed incrementare la nostra economia locale. Tali proposte potrebbero essere la creazione di un’area adibita per l’organizzazione di mostre d’arte, fiere di settore (specifico o innovativo), esposizioni di svariate tipologie, anche orientate al commercio. Si incrementerebbe il turismo locale con possibilità di far lavorare altri esercizi commerciali come hotel, bar, ristoranti, negozi del centro storico; e non per ultimo sviluppare, in simbiosi, il turismo culturale della nostra area di archeologia industriale della “Fabbrica Alta” e dell’annesso “Quartiere operaio”, esempio urbanistico studiato in tutte le facoltà universitarie di Architettura. Se così non fosse possibile, e qui concludo, preferirei si concludessero le trattative con il gruppo Ikea piuttosto di veder fiorire capannoni destinati all’alienazione umana ed alla probabile breve vita, qualora riuscissero a concludere il loro parto. Con sincera stima verso il buonsenso, Massimo Cipelletti