Anche il “video-occhio” vuole la sua parte

OCCHIO

La tutela della pubblica sicurezza oggidì è uno degli ambiti che la collettività considera con ragguardevole attenzione. La si sente come una delle esigenze primarie, dacché minacciata dalla mondializzazione del pianeta in corso negli ultimi anni. Affiora una permanente e sempre più viva richiesta di protezione da parte della comunità, disposta a limitare la “pubblica intimità” in cambio di una garanzia d’ordine.

L’occhio elettronico diviene il protagonista di questa nuova società, una comunitaria guardia del corpo che vigila, in diretta, sulla nostra quotidianità intimorendo i potenziali malfattori in circolazione. La videosorveglianza ci accompagna con esemplare disinvoltura, catturando infiniti momenti che divengono inalterabili una volta trascorsi; scoraggiando eventuali atti sgradevoli, incutendo trepidazione ai più impavidi malintenzionati.

Così Schio si sta dotando di un capillare sistema di occhi elettronici che vanno ad essere una decina, operativi a ciclo continuo e situati nelle aree di maggior traffico e di elevata importanza; a tutela del singolo e della comunità scledense. Lodevole innovazione che oltre a toccare la virtualità, abbraccia la virtuosità di Schio mentre viaggia sulla via del progresso atto anche a educare al senso civile ognuno di noi.

Non è da giudicarsi come una violazione della privacy, in quanto il principio della pubblica visibilità è già presente prima dell’installazione delle videocamere. Quando passeggiamo in un centro cittadino, infatti, siamo osservabili da chiunque si muova in quell’ambiente; il fatto che sia in corso una ripresa visiva non è altro che un’estensione della nostra visibilità, per lo più ai fini di una maggior sicurezza. Forse stimolerà, in molti di noi, una tendenza ad atteggiarsi in modo più posato, accentuando lo spirito di recitazione e di interpretazione di svariati ruoli che, a seconda della circostanza, è insito in ognuno di noi in quanto attori sociali. Ma l’obiettivo della videoripresa è esclusivamente quello di garantire la protezione del singolo, difendendo ogni cittadino, fornendo alle forze dell’ordine uno strumento capace di snellire le loro indagini e garantire prove incontestabili, qualora sventuratamente si presentasse l’occasione. L’aspetto della registrazione delle immagini rimane anch’essa irrilevante ai fini di una potenziale violazione, poiché la sua funzione trova analogia con la memoria umana che, in simile caso, non fa altro che essere una testimonianza più puntuale e certa, in quanto provata.

Aumenterà questa tipologia di osservazione anche nella zona industriale scledense, a seguito di circa 25 chilometri di cablaggio che si stanno portando a compimento, dando garanzia di un monitoraggio permanente e registrato, assicurando inoltre una tempestiva azione in caso di incidenti.

L’interrogativo intorno a quest’argomento sorge nel momento in cui allarghiamo i nostri orizzonti osservativi, giungendo ad analizzare sistemi che vanno ben oltre le singole vie che usualmente percorriamo; e che trasmettono filmati o immagini al di là dei confini del nostro territorio locale. Mi riferisco alle “mappe satellitari” in grado di offrire vedute assai dettagliate e limpide, di qualsiasi luogo del mondo in cui si sia installata l’apparecchiatura adatta, a qualsiasi utente si colleghi in rete con siti proponenti tale servizio. Essi, invero, potrebbero esser considerati come violatori della privacy, perché chi passeggia lungo le strade della propria città, per natura, non è visibile dall’altra parte del mondo e conseguentemente non presume certamente che nel medesimo istante possa essere osservato, a distanza di migliaia di chilometri, da chicchessia. E risiede proprio qui il nodo del caso: perché chiunque ha diritto di scrutare qualcuno che non sa da chi è osservato in quel preciso momento? Questa è la mera violazione della privacy, giacché l’osservatore rimane nell’anonimato, non possiede identità, non si svela. Guarda ma non è visto, e ancor di più non viene conosciuto: un rapporto assolutamente squilibrato fra le parti in causa; questo è spiare. E lo è maggiormente, nell’immagine satellitare, il focalizzare gradualmente sino a vedere i dettagli di una casa, addentrandosi in zone che appartengono alla privata proprietà. Sempre senza dichiarare né l’azione del guardare, né chi compie tale azione.

Nell’epoca del “Grande Fratello” vi è realtà e realtà nell’esercitazione della sorveglianza. Quando si giunge a superare alcune soglie, entrando in situazioni che appartengono alla privatezza si commette un’intrusione illegittima nella sfera della riservatezza. Tali casi sono, in special modo, quelli della condizione domestica. Quando invece si videosorveglia su ambienti pubblici, come nella nostra realtà scledense, in condizioni di pubblica visibilità non si può che giudicare come atto preventivo ed ausiliario nell’esercizio dell’attività di pubblica sicurezza, nonché educativo in quanto stimola ad un civico comportamento da parti di tutti noi.

Null’altro di cui è solitamente destinato alla propria privacy, stimola fortemente la sua violazione.

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